Theodore Sturgeon
Venere più X

«Charlie Johns» urlò incalzante Charlie Johns «Charlie Johns, Charlie Johns!» perché quello era assolutamente necessario… sapere chi era Charlie Johns, senza cedere mai neppure per un secondo, per nessuna ragione, mai.

«Charlie Johns sono io» disse in tono risentito, poi lo ripeté in tono lamentoso. Nessuno lo contraddisse, nessuno lo negò. Giaceva nella calda oscurità con le ginocchia rialzate e le braccia incrociate e la fronte premuta contro le rotule. Vedeva lampi d'un rosso cupo, ma li vedeva internamente alle palpebre, ed era Charlie Johns.

C.Johns, un tempo era stato stampigliato su un armadietto, era stato scritto in grassetto sul diploma di una scuola superiore, era stato battuto a macchina su un foglio-paga. Johns, Chas, era scritto sull'elenco telefonico.

Quel nome, d'accordo. D'accordo, andava benissimo, ma un uomo è più di un nome. Un uomo a ventisette anni si vede pettinato in un certo modo nello specchio al mattino e gli piace una goccia di salsa Tabasco sulle uova, che debbono avere il bianco ben cotto e il tuorlo fluido. È nato con un dito malformato e lo strabismo. Sa cuocere una bistecca guidare una macchina amare una ragazza manovrare un ciclostile andare in bagno spazzolarsi i denti compreso il ponte permanente, l'incisivo superiore laterale sinistro e il bicuspide. Esce da casa in anticipo ma arriva in ritardo al lavoro.

Aprì gli occhi e non c'erano affatto bagliori rossocupi, ma grigi… un freddo grigio argenteo, senza sorgente, simile alla traccia di una lumaca sulle foglie dei lillà, qualcosa di primaverile. Era primavera, oh, era primavera; la sera prima aveva fatto l'amore, Laura, lei…

Quando le sere sono lunghe, puoi fare tante cose. Quanto aveva supplicato Laura perché gli lasciasse portare di sopra il paravento; se Mamma avesse potuto vederlo! E giù, nella fetida cantina di Laura, strisciando i piedi nella semioscurità, con il paravento sotto il braccio, era andato a sbattere contro la punta di un cardine penzolante da uno scuretto scartato, si era fatto un buco nei calzoni di tweed marrone, si era procurato un livido rosso-sangue sulla coscia. E ne valeva la pena, oh, ne valeva la pena, in quella serata eterna, con una ragazza, una vera ragazza (lei sapeva dimostrare di esserlo) per tutta la lunga fine di quella serata; e l'amore, per tutta la strada del ritorno a casa, e naturalmente la primavera e naturalmente l'amore! Dicevano le raganelle e i lillà e l'aria, e il modo in cui il sudore gli si asciugava addosso. (Bello, è bello. È bello essere una parte di questo luogo e di questo momento. È la primavera, naturalmente, e naturalmente è l'amore; ma la cosa migliore è ricordare, è sapere tutto questo, Charlie.)

E meglio ancora dell'amore è ricordare la casa, il sentiero tra le alte siepi, le due lampade bianche che avevano il numero 61 dipinto grande, in nero (era stata Mamma a farle, con le sue mani, per conto del padrone di casa; era molto brava nei lavori manuali), solo che ormai le lampade si erano molto sciupate, con l'andar del tempo, e si erano sciupate anche quelle mani. Il vestibolo con la fila di cassette per le lettere, di ottone macchiato, e i campanelli discreti degli inquilini, e la grata del citofono della casa, che non aveva mai funzionato da quando erano venuti a stabilirsi lì, e la massiccia piastra di ottone che nascondeva la serratura elettrica, che lui aveva aperto, per anni, con una spallata, senza neppure dover cambiare il passo… e doveva avvicinarsi, avvicinarsi perché? era così importante ricordare; nulla di ciò che ricordava era importante; è il ricordare in sé che importa; tu puoi! Tu puoi!

I gradini che salivano dal pianterreno avevano vecchi listelli nichelati sul tappeto logoro e sfilacciature rosse agli orli. (La signorina Mundorf insegnava in prima, la signorina Willard insegnava in seconda, la signorina Hooper insegnava in quinta. Ricorda tutto.) Si guardò intorno, nella luce argentea in cui giaceva, ricordando; le pareti morbide erano diverse dal metallo e diverse dal tessuto, eppure sembravano l'uno e l'altro, ed erano tanto calde… continuò a ricordare, ad occhi aperti: la rampa che portava dal primo piano al secondo aveva i listelli nichelati, ma non aveva il tappeto, e i gradini erano tutti incavati, oh, molto lievemente, quando vi salivi potevi essere assorto in qualunque pensiero, ma quel clak-clak che era un cambiamento rispetto al flap-flap del primo piano, ti riportava lì, e tu sapevi dov'eri…

Charlie Johns urlò: «Oh, Dio… dove sono?»

Si distese, rotolò sul ventre, sollevò le ginocchia, e per un momento non riuscì a muoversi. Aveva la bocca arida e scottante come le federe che si stiravano sotto il ferro di Mamma: i suoi muscoli, gambe e dorso, erano allentati e aggrovigliati, come il cestino del lavoro a maglia che Mamma avrebbe rimesso in ordine, un giorno o l'altro…

…l'amore con Laura, la primavera, le lampade con il numero 61, la spallata alla serratura, su per le scale flap-flap, clak-clak e… senza dubbio poteva ricostruire anche il resto del percorso, perché era andato a letto e si era alzato per andare a lavorare… o no? O no?

Si sforzò di sollevarsi, tremando, si inginocchiò, si accoccolò indebolito. La testa gli cadde in avanti e si fermò, ansimando. Guardò il tessuto marrone dei suoi abiti come se fosse una tenda che stesse per aprirsi davanti a un orrore ignobile ma inevitabile.

E così avvenne.

«L'abito marrone» sussurrò. Perché sulla coscia c'era il piccolo strappo, e sotto c'era il piccolo gonfiore dolorante della lividura, a dimostrare che quella mattina non si era vestito per andare al lavoro, non era neppure arrivato in cima alla seconda rampa di scale. Invece, era… lì.

Poiché non riusciva ancora ad alzarsi, si trascinò in giro su pugni e ginocchia, battendo le palpebre girando la testa malferma. Ad un certo punto si fermò e si toccò il mento. La barba non era più lunga di quanto deve esserlo per un uomo che torna a casa da un appuntamento per cui si è rasato con cura.

Tornò a voltarsi e vide un alto ovale splendidamente inscritto nella parete incurvata. Fu la prima caratteristica che riuscì a scoprire in quel luogo imbottito. Lo guardò, sbalordito, e quell'ovale gli diede in risposta il Nulla.

Si chiese che ora fosse. Alzò il braccio e girò la testa e si portò l'orologio all'orecchio. Funzionava ancora, grazie a Dio. Lo guardò. Lo guardò a lungo senza muoversi. Gli sembrava di non saper più leggere l'ora. Alla fine riuscì a capire che le cifre delle ore erano disposte a rovescio, specularmente: il due al posto del dieci, il quattro al posto dell'otto. Le lancette indicavano quello che avrebbe dovuto essere undici minuti alle undici, ma, se questo orologio andava davvero all'indietro, doveva essere l'una e undici. E funzionava a rovescio. Lo provava la lancetta dei secondi…

E sai, Charlie, gli disse qualcosa al di sotto del terrore e dello sbalordimento, sai che tutto quello che devi fare, anche adesso, è ricordare. C'è stata quella terribile battaglia con l'algebra, alla scuola superiore, in terza, perché eri scivolato sull'algebra in prima e avevi dovuto ripetere, e poi avevi fatto con tanta fatica il secondo anno di algebra e il primo di geometria, e poi eri scivolato sulla geometria e avevi dovuto ripetere… ricordi? E poi, nel terzo corso, per l'algebra avevi quella tale signorina Moran, che era una specie di IBM con i denti. E poi un giorno tu le hai chiesto qualcosa, a proposito di un certo non so che per cui eri perplesso e lei ti ha aperto la porta di cui non conoscevi l'esistenza e lei stessa è diventata qualcosa di importante per te… ebbene, dopo quella volta, quando tu la guardavi sapevi qual era la ragione dei suoi modi gelidi, della sua brusca disciplina, della sua inumanità. Lei aspettava proprio qualcuno che venisse a farle domande sulla matematica, un po' oltre, un po' fuori dal libro di testo. E lei aveva disperato per tanto tempo di trovare qualcuno che lo facesse. Era tanto importante per lei, perché lei amava la matematica in modo tale che era un peccato che la parola “amore” fosse stata usata per qualche altra cosa. E non sapeva se il ragazzo che le faceva una domanda sarebbe stato l'ultimo, l'ultimo cui apriva una porta, perché stava morendo di cancro, cosa che nessuno aveva mai sospettato prima del giorno in cui lei non venne più a scuola.

Charlie Johns fissò il lieve ovale nella morbida parete argentea e desiderò che che la signorina Moran fosse lì. Desiderò che fosse lì anche Laura. Poteva ricordarle tutte e due così chiaramente, eppure erano lontane di tanti anni l'una dall'altra. (“E di quanti anni sono lontane da me?”, si chiese, guardando l'orologio.) Desiderò che ci fosse Mamma e la texana dai capelli rossi. (Lei era stata la prima per lui, la rossa; e come poteva accostarla a Mamma? Anzi, come poteva accostare Laura alla signorina Moran?)

Non riusciva a smettere di ricordare; non osava e non voleva assolutamente smettere. Perché, fino a che continuava a ricordare, sapeva di essere Charlie Johns; e anche in quel momento se si trovava in un posto nuovo senza sapere che ora fosse, non era sperduto, nessuno è mai sperduto, finché sa chi è.

Gemendo per lo sforzo, si alzò in piedi. Era così debole e stordito che riusciva a reggersi soltanto piantandosi a gambe divaricate, riusciva a camminare soltanto agitando le braccia per mantenersi in equilibrio. Si diresse verso la vaga linea ovale della parete, perché era l'unica cosa verso cui potesse dirigersi, ma quando cercò di avanzare, si mosse diagonalmente; era come quella volta (ricordò) in quel baraccone di Coney Island, dove ti portavano in una stanza e ti chiudevano dentro e a tua insaputa l'inclinavano un po' da una parte, e tu non avevi punti di riferimento esterni, e c'erano soltanto specchi verdi in cui potevi vederti. Dovevano ripulire quella stanza cinque, sei volte al giorno.

Adesso si sentiva nello stesso modo, ma aveva un vantaggio: sapeva chi era, e per giunta sapeva di star male. Quando inciampò nella morbida zona curva dove il pavimento diventava parete, e cadde in ginocchio sull'argento elastico, gracchiò: «Non sono io, adesso, ecco tutto». Poi udì le proprie parole e balzò in piedi: «Sì, sono io!» gridò «Sono io!»

Avanzò barcollando, e poiché non c'erano prese né appigli sull'ovale — era soltanto una linea sottile, più alta di lui — lo spinse.

E quello si aprì.

C'era qualcuno in attesa, fuori, che sorrideva, ed era vestito in modo tale che Charlie boccheggiò e disse: «Oh, mi scusi…» e poi cadde in avanti.


Herb Railes abita a Homewood, dove possiede un appezzamento di terreno che si affaccia per cinquanta metri su Begonia Drive, e per ottanta metri su Calla Drive, di fronte alla proprietà di Smitty Smith che ha un fronte di settantacinque metri. La casa di Herb Railes ha un solo piano, quella di Smith è una specie di ranch. I vicini di Herb, a destra e a sinistra, hanno case a un solo piano.

Herb entra nel viottolo e suona e sporge la testa dalla macchina. «Sorpresa!»

Jeannette sta falciando il prato con un tosaerba a motore e con tutto quel baccano il clacson della macchina la fa sussultare esageratamente. Posa il piede sul freno e lo preme fino a che il tosaerba si ferma, e poi corre ridendo verso la macchina.

«Papà, papà!»

«Papà, Papà, Papi!» Davy ha cinque anni, Karen tre.

«Oh tesoro, come mai sei a casa?»

«Ho finito la contabilità dell'Arcadia, e il grand'uomo ha detto, Herb, vada a casa dai suoi bambini. Hai un'aria fresca.» Jeannette indossa i calzoncini e una maglietta.

«Io ho fatto il bravo bambino, io ho fatto il bravo bambino» strilla Davy, frugando nella tasca di Herb.

«Anch'io ho fatto il bravo bambino» strilla Karen.

Herb ride e la solleva. «Oh, chissà che uomo diventerai!»

«Zitto, Herb, le confonderai le idee. Ti sei ricordato della torta?»

Herb depone la bimba di tre anni e toma verso la macchina. «Ho preso il preparato. È molto più buona quando sei tu a cuocerla.» E interrompendo il gemito della moglie, aggiunge: «Ci penso io, ci penso io. Sono capace di fare una torta migliore delle tue. Ecco il burro e la carta igienica».

«Il formaggio?»

«Accidenti. Devo telefonare a Lourie.» Prende il pacchetto ed entra per cambiarsi. Mentre Herb è via, Davy posa il piede dove l'ha posato Jeannette per fermare il tosaerba. La testa del cilindro è ancora calda. Davy ha i piedi nudi. Quando Herb esce di nuovo, Jeannette sta dicendo: «Sh! Sh! Comportati da uomo».

Herb indossa un paio di calzoncini e una maglietta.


Non fu un pudore da zitella a sconvolgere in quel modo Charlie Johns. Qualunque cosa l'avrebbe sconvolto… la luce di una torcia elettrica in piena faccia, l'improvvisa apparizione di una scala in discesa… E, comunque, aveva pensato che fosse una donna, vestito a quel modo. Non era riuscito a pensare che alle donne, da quando si era trovato in quella specie di serbatoio… Laura, Mamma, la signorina Moran, la texana dai capelli rossi. Ma certamente una prima occhiata a quel personaggio avrebbe indotto chiunque a pensare a una donna. Non che riuscisse a vedere niente, in quel momento. Era sdraiato supino su qualcosa di elastico e di meno morbido delle pareti del serbatoio… qualcosa che somigliava ai lettucci a rotelle degli ospedali. E qualcuno stava toccando delicatamente il taglio che aveva sulla fronte, mentre un panno umido e fresco che odorava vagamente di nocciola era stato posato sui suoi occhi. Ma chiunque fosse, gli stava parlando, e anche se non riusciva a capire una parola, non gli pareva che fosse una voce di donna. Non era una voce di basso profondo, ma non era una voce di donna.

Oh, fratello, che roba! Immagina una specie di accappatoio corto, scarlatto, con una cintura, che però si apre nettamente sopra e sotto. Sopra era tagliato dietro le braccia, e un collo rigido ampio si levava, sulle spalle, fin oltre la sommità del capo; aveva la forma della spalliera di una poltrona imbottita, ed era quasi altrettanto grande. Sotto la cintura, l'indumento era tagliato nel centro, in modo da formare una specie di coda di rondine, come un abito da cerimonia. Davanti, sotto la cintura, c'era una breve falda di seta, abbastanza simile a quello che gli scozzesi portano sulla parte anteriore del kitt, e che chiamano sporran, o borsa. Le calzepantofole, dall'aria molto morbida, dello stesso colore della veste e con le punte flosce davanti e dietro, salivano fino a metà polpaccio.

Qualunque cosa fosse, la medicazione placò le pulsazioni dolorose della sua fronte con rapidità sbalorditiva. Rimase immobile per un attimo, nel timore che la sofferenza potesse ritornare ad aggredirlo all'improvviso, ma non tornò. Alzò cautamente una mano, e in quel momento il panno gli fu tolto dagli occhi e si trovò di fronte una faccia sorridente che pronunciava varie sillabe fluenti che concludeva con un trillo interrogativo.

«Dove sono?» chiese Charlie.